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                        A tavola, Leonida!

                      I banchetti a Sparta

Polemone, nel saggio dedicato al “κάνναθρον, -ου”  riporta le parole di Cratino che nei Pluti ricorda il pranzo che a Sparta era chiamato “κοπίς, -ίδος”: si tratta di un pranzo di tipo particolare insieme anche all’ “αἶκλον, -ου”. In questi banchetti sgozzano solo capre e nessun’altra specie di animali e a tutti danno porzioni di carne insieme con il cosiddetto “φυσίκιλλος, -ου”, che è un panino molto simile all’ “ἐγκρίς, -ίδος”, ma di forma più rotonda. A ciascuno dei convitati danno poi del formaggio fresco, una fetta di ventresca e un pezzo di salsiccia, e un dessert costituito da fichi secchi, fave e fagioli freschi. Anche durante le “Feste delle nutrici”, le cosiddette “Τιθηνίδια, -ων”, celebrano le “κοπίδες, -ῶν”. Qui sacrificano anche porcellini di latte “ὀρθαγορίσκοι, -ων” e al banchetto servono i panini cosiddetti  “ἰπνίται, -ων”.  A quelli che vanno al pasto comune (“φιδίτιον, -ου”) dopo il pranzo vero e proprio (“δείπνον, -ου”) viene servito l’“αἶκλον, -ου” , costituito da panini in un cestino e da porzioni di carne per ciascuno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La κοπίς è ricordata anche da Epilico che dice: “Penso di precipitarmi alla κοπίς, dove ci sono molte “βάρακες, -ων” e pagnotte e un brodetto che è una delizia”. Epilico afferma con molta chiarezza che nelle κοπίδες vengono servite delle μάζαι e un pane e un brodetto straordinariamente gustoso. La κοπίς è un pranzo costituito da μάζα, pane, carne, verdure crude, brodo, fichi, stuzzichini, lupini. Con  αἶκλον gli spartani intendono pane e carne. Questi sono detti piuttosto “ἐπαίκλα, -ων” ma è di due tipi: quello che danno ai bambini è più semplice e frugale: si tratta di farina d’orzo impastata con olio su foglie d’alloro. Perseo così scrive nella sua Costituzione di Sparta: “E subito impone ai benestanti gli ἐπαίκλα: si tratta di una specie di dessert che segue al pranzo. I “κάμματα, -ων” sono una specie di pasticcini mentre le “καμματίδες, .ων” sono le foglie con cui li ingoiano. A tutti è data sempre la stessa pietanza, della carne di maiale lessa, ma talvolta solo un pezzetto di carne che pesa al massimo un quartino, e oltre a questo nient’altro, e oltre a questo nient’altro, tranne che naturalmente il brodo ricavato da quella carne; talvolta c’è anche qualche oliva o del formaggio o qualche fico, e ricevono qualche supplemento, pesce o lepre o colombo selvatico o qualcosa del genere”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sfero nel III libro della Costituzione di Sparta scrive: “Il contributo dei ricchi consiste di pane e di quanto i campi offrono in quella data stagione”. E Molpide dice: “Dopo il pranzo c’è la consuetudine che qualcuno, e talora anche più di uno, porti ogni volta qualcosa, una “ματτύη, -ης” preparata in casa. La ματτύη consiste di colombe selvatiche, oche, tortore, tordi, merli, lepri, agnelli, capretti. E un uovo sodo a spicchi, ricotta di colostro e una coppetta di miele, rosolerò al tegame caciottine fresche di Citni, tagliate a fette regolari, e servirò un grappoletto del sanguinaccio dolce, e nel boccale sciroppo d’uva”. Filemone dice: “Mi sono testimoni i cittadini che sono l’unico a saper fare la salsiccia, il candaulo e il fagottino d’uovo”. E anche Nicostrato nel Cuoco: “Uno che non sapeva fare il brodo nero ma piuttosto il fagottino di foglie di fico ed il candaulo”. E Menandro nel Trofonio: “E’ un riccone della Ionia? Gli faccio zuppe dense, un candaulo, cibi afrodisiaci. Subito afferrò tranci e bollenti braciole di cinghiale e divorò tutto quanto insieme.”

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